Dalla tragedia di Mestre alla morte di Pietro Zantonini nei cantieri olimpici: tra patteggiamenti, richieste di archiviazione e risarcimenti che non arrivano, le famiglie continuano a chiedere verità e responsabilità.
Due vicende diverse, accomunate da una domanda: quanto vale la vita di un lavoratore quando la tragedia finisce nelle aule giudiziarie? Le storie di Alberto Rizzotto e Pietro Zantonini riaccendono i riflettori sulle difficoltà che incontrano le famiglie delle vittime per ottenere giustizia. Da una parte patteggiamenti e responsabilità che restano senza un pieno accertamento dibattimentale, dall'altra una richiesta di archiviazione contestata dai familiari. Nel mezzo, il diritto alla verità e al risarcimento.
Il problema non riguarda soltanto il procedimento penale, ma anche le conseguenze sul piano civile. Quando le responsabilità non vengono accertate in modo completo, quando arrivano prescrizioni o quando le indagini si chiudono senza un processo, le famiglie possono ritrovarsi costrette ad affrontare ulteriori cause, con tempi e costi che si aggiungono al dolore della perdita.
Alberto Rizzotto aveva 40 anni, era dipendente della società La Linea e guidava il pullman elettrico precipitato da un cavalcavia a Mestre il 3 ottobre 2023. Nell'incidente morirono 21 turisti e lo stesso conducente. Le perizie hanno individuato nella rottura di un bullone dello sterzo la causa della tragedia, mentre il guardrail, non a norma e addirittura mancante nel punto della caduta, avrebbe avuto un ruolo non secondario.
Una vicenda che solleva interrogativi sulle responsabilità relative alla manutenzione del mezzo e alla sicurezza dell'infrastruttura. Il pullman era di costruzione cinese, mentre lo sterzo era di fabbricazione tedesca. Secondo le contestazioni, la Procura di Venezia avrebbe rinunciato ad approfondire attraverso rogatorie internazionali tutte le possibili cause legate ai componenti meccanici.
Sette dipendenti coinvolti a vario titolo hanno patteggiato pene inferiori ai due anni, senza un ordinario dibattimento che consentisse un pieno accertamento pubblico delle responsabilità. La posizione dell'amministratore delegato di La Linea è stata archiviata. Anche la condizione del guardrail, rimasta a lungo irregolare, è uno degli aspetti che continuano ad alimentare le domande dei familiari.
Sul fronte dei risarcimenti emerge un'altra disparità. Allianz ha liquidato alle famiglie dei passeggeri circa venti milioni di euro e intende rivalersi sul Comune di Venezia, per conto del quale il pullman era in servizio. Per i familiari di Rizzotto, invece, la situazione è diversa: Alberto non era un terzo trasportato e Unipol, chiamata a rispondere per la copertura assicurativa del lavoratore, non avrebbe ancora versato alcun risarcimento. Anche la posizione dei Lloyd, assicuratori del Comune, resta una questione aperta. Ai genitori e al fratello di Alberto rimane la strada della causa civile. Dopo aver perso un figlio e un fratello, sono costretti a intraprendere un'altra battaglia per ottenere il riconoscimento dei propri diritti.
L'altra vicenda riguarda Pietro Zantonini, vigilante di 55 anni, morto nella notte dell'8 gennaio 2026 mentre svolgeva il proprio turno di sorveglianza nei cantieri delle Olimpiadi Milano-Cortina. Lavorava in condizioni climatiche estreme, con temperature che raggiungevano i 16 gradi sottozero. Si riparava in un container riscaldato da una stufetta portatile, dal quale usciva periodicamente per effettuare i controlli. Durante il turno si sentì male, chiese aiuto a un collega, ma i soccorsi non riuscirono a salvarlo.
La Procura di Belluno ha chiesto l'archiviazione del procedimento aperto nei confronti del legale rappresentante della società di vigilanza SS Security & Bodyguard. Secondo il rapporto medico-legale, non sarebbe emerso un nesso causale tra il decesso e le condizioni di lavoro.
Una conclusione che la moglie e il fratello del vigilante contestano, annunciando opposizione alla richiesta di archiviazione e ricordando le numerose denunce presentate dallo stesso Zantonini sulle difficili condizioni in cui era costretto a lavorare.
La richiesta del pubblico ministero non è una decisione definitiva, sarà il giudice a valutare se accoglierla o disporre ulteriori approfondimenti. Resta però una domanda fondamentale: le segnalazioni del lavoratore sulle condizioni del servizio sono state adeguatamente considerate nell'accertamento delle circostanze della sua morte?
Le due vicende riportano al centro una questione che riguarda l'intero sistema di tutela dei lavoratori. Troppo spesso le famiglie devono affrontare percorsi giudiziari lunghi e complessi, senza avere la certezza di arrivare a una ricostruzione completa dei fatti e a un risarcimento. E quando il procedimento penale si conclude con un patteggiamento, una prescrizione o un'archiviazione, la possibilità di ottenere giustizia sul piano civile può diventare un ulteriore percorso difficile.
Non si tratta di chiedere condanne preventive o di mettere in discussione l'autonomia della magistratura. Si tratta di pretendere indagini approfondite, accertamenti rigorosi e responsabilità valutate a tutti i livelli dell'organizzazione del lavoro, quando emergono elementi che lo giustificano.
La vicenda Eternit Bagnoli, con la dichiarazione di prescrizione del reato da parte della Corte d'Assise d'Appello di Napoli, rappresenta un ulteriore esempio di quanto il trascorrere del tempo possa incidere sulla possibilità di ottenere una risposta penale.
Diventa quindi urgente aprire una discussione sull'introduzione nel codice penale di specifiche fattispecie di omicidio sul lavoro e lesioni gravissime sul lavoro. Una riforma che dovrà accompagnarsi a maggiori controlli, prevenzione effettiva e tutela concreta delle persone offese e dei loro familiari.