Italia

Oltre la protesta: il disagio che sfida il sistema

Il fine settimana del 17 e 18 ottobre 2026 ha segnato un momento di profonda tensione sociale e politica che ha travalicato i confini nazionali, inserendosi in un clima d'inquietudine diffuso in gran parte d'Europa. Le manifestazioni, nate per dare voce a un reale disagio economico legato al carovita, all'inflazione crescente, al costo insostenibile degli alloggi per gli studenti e alla pressione fiscale, hanno registrato un'ampia partecipazione sia del mondo universitario sia degli studenti delle scuole superiori.
 
Tuttavia, in diverse città italiane come Milano, Torino e Bologna, la dimensione politica e pacifica della protesta si è intrecciata e sovrapposta a una deriva di guerriglia urbana e di devastazione. In particolare, nel centro di Milano, attorno alle vie dello shopping e del lusso, si sono verificati saccheggi sistematici ed episodi di violenza che hanno causato danni ingenti e decine di feriti tra le forze dell'ordine. Tali azioni sono state condotte da gruppi di giovanissimi, coordinati in modo spontaneo attraverso le piattaforme social e spinti da forme di rabbia ed emarginazione piuttosto che da tradizionali appartenenze ideologiche.
 
Si tratta di ragazzi in grandissima parte minorenni (con la presenza anche di ragazzini di 12 o 13 anni), provenienti da contesti periferici o di forte marginalità sociale, che si sentono "invisibili" all'interno di una metropoli percepita come sempre più cara, polarizzata e irraggiungibile. Spesso questi giovani non vengono attirati da una precisa rivendicazione accademica o scolastica, ma dal fascino della rivolta fine a sé stessa, del saccheggio e dell'azione di gruppo amplificata dal contesto virtuale.
 
Questa specifica dinamica, purtroppo nuova, ha sollevato un articolato dibattito istituzionale e politico sulle cause e sulle possibili risposte. La Presidenza della Repubblica ha richiamato alla necessità di un approccio equilibrato: ha condannato senza esitazione la violenza e ribadito la piena solidarietà a chi garantisce la sicurezza, sollecitando al contempo una riflessione profonda che non si limiti alla sola risposta repressiva, ma cerchi di affrontare le ragioni strutturali del malessere giovanile.

 Per contro, la risposta del Governo e delle forze di Centrodestra si è focalizzata sulla linea della fermezza e della tolleranza zero, individuando nell'estremismo e nelle fragilità della gestione locale le responsabilità dei disordini, e proponendo misure d'emergenza come l'incremento dei contingenti militari, fermi preventivi per i minori e normative più severe.

A questa narrazione si sono opposti il Sindaco di Milano e l'area di Centrosinistra. 

Pur respingendo con fermezza ogni forma di vandalismo, essi hanno rifiutato l'idea di una militarizzazione della città, evidenziando come la sicurezza pubblica rimanga di competenza statale e sottolineando l'urgenza di dare risposte concrete ai problemi reali delle famiglie e degli studenti, quali l'accesso alla casa e la perdita del potere d'acquist 
Nel dibattito si inserisce infine la lettura delle Sinistre radicali e dei movimenti d'area. Pur prendendo le distanze dagli infiltrati e dalle azioni violentemente distruttive, essi interpretano l'attacco alle vetrine del lusso come il sintomo esplicito di un'invidia sociale e di una polarizzazione economica sempre più esasperata nelle grandi metropoli moderne.
 
L'evento italiano non è rimasto isolato, ma si colloca all'interno di un'ondata continentale di malcontento che, nel medesimo fine settimana, ha attraversato Paesi come la Francia (dove le proteste contro il costo della vita sono sfociate in gravi scontri e nell'imposizione del coprifuoco), la Spagna, il Portogallo, il Belgio e l'Albania.
 
Ciò conferma come la crisi economica e l'emergenza abitativa stiano generando fratture sociali e generazionali diffuse in tutto il contesto europeo: tensioni che trascendono le reali proteste scolastiche e assumono i connotati di uno scontro dal basso per il riscatto sociale, una vera e propria rivoluzione, capace nel tempo di mettere in crisi l'intero sistema.

Veneto

JOB&ORIENTA, “Abitare i cambiamenti valorizzando il pensiero critico e creativo”

VERONA – "Abitare i cambiamenti valorizzando il pensiero critico e creativo": è il focus tematico della 35esima edizione di JOB&Orienta, il salone nazionale dell’orientamento, la scuola, la formazione e il lavoro che da mercoledì 25 a sabato 28 novembre sarà in fiera a Verona. Giovedì 22 ottobre alle ore 11, presso la sede della Regione del Veneto a Roma (via del Tritone 46, quarto piano), si terrà la presentazione nazionale per illustrarne gli obiettivi, i temi principali, i maggiori attori e i grandi ospiti previsti.

Promossa da Veronafiere e Regione del Veneto, in collaborazione con Ministero dell’Istruzione e del Merito, Ministero dell’Università e della Ricerca e Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, la manifestazione (a partecipazione libera e gratuita) è riconosciuta come iniziativa di riferimento a livello nazionale e non solo, capace sempre di innovarsi e crescere, di raccontare le trasformazioni del mondo della scuola e del lavoro.

In apertura di appuntamento i saluti di Valeria MANTOVAN, assessore all'Istruzione, Formazione, Cultura e Pari opportunità della Regione del Veneto, Barbara FERRO, amministratrice delegata di Veronafiere, e Paola Frassinetti, sottosegretario di Stato all’Istruzione e al Merito.

Poi gli interventi dei principali partner istituzionali della manifestazione: Carmela PALUMBO, capo Dipartimento per il Sistema educativo di istruzione e formazione del Ministero dell’Istruzione e del Merito, Emanuele FIDORA, direttore generale per il Personale, Bilancio, Servizi strumentali e Comunicazione del Ministero dell’Università e della Ricerca, Andrea TARDIOLA, direttore generale per le Risorse finanziarie e logistica del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.

A Fabrizio PANOZZO, docente di management culturale dell’Università Ca’ Foscari Venezia e direttore scientifico di Aiku, il compito infine di raccontare il nuovo focus tematico, introdotto in questa prossima edizione del Salone: le competenze, la formazione e le professioni dei settori arte, cultura e spettacolo. Introduce e modera Claudio Gentili, coordinatore del comitato istituzionale di JOB&Orienta.

Come sempre sono due le dimensioni parallele e complementari di JOB&Orienta. Oltre alla vasta rassegna espositiva – che vedrà la presenza di scuole, accademie e università (italiane e straniere), enti di formazione, istituti tecnologici superiori (Its), istituzioni, centri per l’impiego e agenzie di servizi per il lavoro, imprese e associazioni di rappresentanza,… –, anche un articolato palinsesto di appuntamenti, tra convegni e dibattiti, seminari formativi, workshop tematici e laboratori.

Tre i maggiori target della manifestazione: gli studenti prossimi a una nuova scelta scolastica e le loro famiglie, i giovani (e non solo) in cerca di occupazione e gli operatori (orientatori e formatori, docenti e dirigenti scolastici, responsabili del personale e imprenditori).

Economia, Treviso

Il futuro del lavoro passa anche dalle mani: l'evento della CNA di Castelfranco Veneto

CASTELFRANCO VENETO (TV) - Il futuro del lavoro passa anche dalle mani, dai saperi che si tramandano e dal legame con il territorio. È da questa prospettiva che nasce “Aspettando Vision Garden: Il futuro ha le mani”: evento organizzato da CNA Castelfranco Veneto e associazione Iridee per raccontare il valore dell’artigianato, la sua capacità di interpretare i cambiamenti della società, offrendo nuove opportunità professionali alle giovani generazioni.

L’appuntamento è per
giovedì 22 ottobre alle ore 20:30 al Teatro Accademico di Castelfranco Veneto. Un momento di approfondimento e riflessione sul rapporto tra tradizione e innovazione, competenze manuali e trasformazione digitale, identità professionale e sviluppo del territorio.

IL PROGRAMMA
La serata si aprirà con la proiezione di “Il Mestiere Perduto”, il mediometraggio diretto da Davide Basso e racconta la storia di Mauro Zorzi, barbiere di quarta generazione e titolare del Papillon Barber Shop di Montebelluna. Attraverso la sua esperienza, il film restituisce il valore di un mestiere fatto di manualità, conoscenze tramandate da generazioni, relazioni umane e appartenenza alla comunità. Un racconto che invita a guardare all’artigianato non come a un’eredità destinata a scomparire, ma come a un’opportunità concreta per chi si affaccia oggi al mondo del lavoro.

A seguire, ci sarà la tavola rotonda “Orientamento al lavoro in epoca di grandi cambiamenti in arrivo: il ritorno alle origini”: un confronto tra esperienze e prospettive diverse per interrogarsi sull’evoluzione dei mestieri artigiani in una società sempre più industrializzata e digitalizzata. Quale spazio avranno le professioni manuali nel lavoro di domani? Come possono i saperi tradizionali incontrare le nuove tecnologie? E perché riscoprire le proprie radici può diventare una risorsa per affrontare il cambiamento?

Al tavolo, oltre allo stesso Mauro Zorzi, ci saranno Leonardo Grandesso, imprenditore e presidente di CNA Castelfranco Veneto; Irene Lovato Menin, ricercatrice dell’Università di Padova; Sabrina Da Rin, coordinatore commerciale per Veneto e Friuli-Venezia Giulia di Finergis, Società consortile cooperativa di garanzia collettiva fidi; e Niccolò Gambarotto, studente universitario. Un dialogo tra mondo artigiano, impresa, ricerca e nuove generazioni, pensato per esplorare le prospettive del lavoro e il valore sociale delle professioni.

“Con questo evento vogliamo valorizzare la capacità del lavoro artigiano di innovarsi e affrontare le sfide del presente, attraverso competenze che uniscono manualità, creatività, conoscenza dei materiali, capacità di risolvere problemi e attenzione alle relazioni umane – spiega Leonardo Grandesso, presidente di CNA Castelfranco Veneto –. In un mondo in cui l’innovazione tecnologica trasforma rapidamente il mercato del lavoro e le professionalità richieste, i saperi artigiani non rappresentano un’alternativa al progresso, ma una risorsa capace di integrarsi con le nuove tecnologie e generare nuove opportunità. Riscoprire e valorizzare questi mestieri significa custodire un patrimonio di conoscenze, rafforzare il legame con il territorio e offrire alle giovani generazioni nuovi strumenti per orientarsi consapevolmente nelle proprie scelte formative e professionali”.

La serata del 22 ottobre accompagna il pubblico verso Vision Garden, la fiera dell’innovazione organizzata dall’associazione Iridee per sabato 24 ottobre in Piazza della Serenissima a Castelfranco Veneto. La quinta edizione di Vision Garden si presenta più ricca e coinvolgente, con un programma capace di unire scoperta, orientamento e formazione. L’evento sarà suddiviso in 3 aree: la fiera espositiva con gli stand dedicati alle università, enti formativi e aziende del territorio, dalle 10.00 alle 12.00 si terranno dei workshop, volti a trasmettere nuove competenze, professionali e personali; ed infine dalle 15.00 alle 18.00 si terrà lo Speed Date Recruiting, iniziativa che punta a mettere in contatto diretto le aziende innovative del territorio e candidati in cerca di opportunità professionali.

“In questi dieci anni abbiamo visto cambiare il mondo del lavoro: nuove modalità, nuove esigenze, tecnologie dirompenti e, allo stesso tempo, vecchi mestieri che tornano. Ci sono però cose che non cambiano: il valore delle persone, delle competenze e della voglia di mettersi in gioco - continua Andrea Vial, presidente di IRIDEE -. Vision Garden vuole essere proprio questo: uno spazio di incontro tra giovani, aziende, università e territorio, dove conoscere nuove possibilità e costruire connessioni. Ci fa molto piacere continuare la collaborazione con CNA che è stata la prima realtà a supportarci ben 10 anni fa, quando ancora dovevamo muovere i primi passi. Condividere visioni e iniziative con realtà del genere, oltre a dar valore al lavoro svolto, ci da motivazione e incoraggia a continuare su questa strada.”

Sport, Conegliano

Una camminata in ricordo di Domenico Vettoretti diventa occasione di solidarietà 

PIEVE DI SOLIGO (TV) - Scomparso a fine settembre di due anni fa, Domenico Vettoretti è rimasto nel cuore dei suoi compaesani, dei colleghi di lavoro e di tante persone che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di apprezzarne le doti squisite di umanità e di socialità. Per questa ragione, in linea con il suo stile di cordialità e di amicizia, in una recente giornata domenicale una serie di associazioni e gruppi di Miane ha voluto organizzare la “1^ camminata con Domenico da Miane a Mont” in suo ricordo, aperta a tutti, coordinata dal Gruppo San Rocco con l’aiuto di Cai Pieve di Soligo, Gruppo Cammino di Domenico, Associazione Sant’Antoni, Sci Club Miane, Avab Protezione Civile,Gruppo Alpini di Miane. Il compianto Domenico era stato prima consigliere e, poi, assessore comunale a Miane. Socio dello Sci Club Miane, era stato presidente per più mandati, e anche giudice di gara di sci.

Egli aveva anche ricoperto il ruolo di consigliere della Riserva alpina. Volontario nell’AVAB Protezione Civile Valsana sin dalla sua fondazione, aveva rivestito il ruolo di consigliere e segretario. Era stato dipendente del Consorzio Bim Piave Treviso nella sede di Pieve di Soligo, ricordato sempre con stima e amicizia dai suoi colleghi. Pronto e attivo nelle manifestazioni della Pro Loco di Miane e del Comitato Sant’Antoni, amava la montagna ed era un grande camminatore che si occupava anche della pulizia dei sentieri. Tre i punti di partenza del percorso prescelto per la camminata che ha coinvolto oltre cento persone : il centro di Miane, il Santuario della Madonna del Carmine e il Rifugio Posa Puner, fino all’unica meta finale, Mont.

Un evento bellissimo, nella memoria condivisa dedicata a Domenico e tutte le persone che si dedicano con sensibilità e impegno alla cura delle amate montagne che circondano l’abitato di Miane. Il pranzo al bivacco ha avuto un menù speciale preparato da Anna Maria, moglie di Domenico, che insieme ai familiari ha espresso il desiderio che questa iniziativa possa ripetersi fedelmente ogni anno in futuro. Per alcune speciali vivande servite nell’occasione, un ringraziamento particolare è stato rivolto a Guerrino, e riconoscenza è stata pure espressa a Bepoper il coordinamento della cucina. Toccante il momento del ricordo insieme di Vettoretti, con le sue doti di umiltà, dedizione alla famiglia, gentilezza, disponibilità verso tutti, amore alle montagne e alla bellezza del paesaggio.

Nel corso della giornata, si è realizzata una raccolta spontanea di fondi da parte di tutti i partecipanti: sono stati raccolti in totale 850 euro, offerti alla famiglia di Domenico Vettoretti, che ha apprezzato molto il gesto generoso e ha devoluto l’intero importo alla scuola dell’infanzia paritaria “Maria Spadotto” di Miane, come segno di attenzione concreta alla vita della comunità e sostegno alla crescita delle nuove generazioni.
Vittorio Veneto

Cordignano, la visita del Principe Emanuele Filiberto a Villa di Villa per il progetto “Salva la Vita"

CORDIGNANO (TV) - Una splendida domenica di ottobre, cominciata con un cielo un po’ incerto, ma sfociata poi in un mattino assolato, è stata la cornice perfetta per un evento inedito per la nostra zona, all’insegna della solidarietà, svoltosi nella località di Villa di Villa a Cordignano.

Domenica 18 ottobre 2026 il Principe Emanuele Filiberto ha concluso la sua visita di tre giorni in Veneto arrivando nel paese dell’Alta Marca Trevigiana per l’inaugurazione di un defibrillatore, frutto della donazione del Comitato di Conegliano della Croce Rossa Italiana, attraverso il progetto “Salva la vita”. Si tratta di un’iniziativa benefica della Delegazione del Veneto degli Ordini Dinastici della Real Casa di Savoia.

La cerimonia è iniziata alle 11:30 e si è svolta in piazza IV Novembre alla presenza delle autorità civili, militari e religiose. La data non è stata scelta a caso: il 18 ottobre di novant’anni fa questo territorio fu teatro di un evento sismico rilevante che vide proprio Villa di Villa tra i punti dell’epicentro. Il terremoto ebbe una magnitudo di 5.9 della scala Richter e colpì un’area vasta, dal bellunese fino ad Aviano.

All’epoca il Principe Umberto di Savoia venne in visita nelle zone colpite e oggi la visita del nipote ricorda l’allora presenza delle istituzioni in un frangente così drammatico, rammentando l’aiuto dato alla popolazione all’epoca dalla Famiglia Reale Italiana; un legame ancora particolarmente profondo e vivo con il nostro territorio, animato dallo stesso spirito di solidarietà e impegno sociale.

Il primo a prendere la parola è stato il sindaco, Dott. Roberto Campagna, il quale ha così esordito “E’ veramente una bellissima occasione essere oggi qui, soprattutto per ciò che andremo a inaugurare tra poco , ma soprattutto perché abbiamo con noi un ospite illustre, il Principe Emanuele Filiberto di Savoia, al quale porgo il benvenuto di tutto il Comune di Cordignano. Siamo qui per ricordare l’anniversario del terremoto del Cansiglio e per inaugurare il nuovo defibrillatore”. Il sindaco ha poi proseguito salutando e ringraziando il Comitato Croce Rossa di Conegliano, insieme agli Ordini Dinastici della Real Casa di Savoia, “per la presenza e per aver voluto omaggiare la comunità di questo dono che accettiamo con gratitudine”. Il sindaco ha evidenziato l’impegno della propria amministrazione in un proposito analogo che si sta concretizzando nel Comune di Cordignano, chiamato “Defibrillazione Pubblica” e che andrà a coprire le aree più frequentate del paese con queste attrezzature di primo soccorso. “La comunità è sicuramente riconoscente” ha continuato il dott. Campagna, augurandosi che “durante la breve visita il Principe abbia apprezzato l’accoglienza ricevuta”.

Ha preso poi la parola il Principe Emanuele Filiberto, esprimendo la sua gratitudine alle autorità e ai cittadini presenti e affermando “Oggi è un gran piacere essere qua. Come ha detto il Delegato dei miei Ordini, novant’anni fa venne qui mio nonno Umberto II, allora Principe di Piemonte, per dimostrare la vicinanza della Corona alle zone terremotate di questa zona. Oggi vogliamo venire con un messaggio di speranza. Gli Ordini Dinastici della Real Casa di Savoia, da oltre 450 anni fanno beneficenza, aiutano il prossimo; con il nostro Delegato abbiamo dato avvio a questa iniziativa “Salva la vita” per offrire dei defibrillatori nei piccoli centri.” Il Principe ha poi proseguito con parole dense di emozione, ringraziando tutta la cittadinanza per la magnifica accoglienza e manifestando la propria riconoscenza all’Istituto Nazionale per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon per la partecipazione all’evento, presente all'evento la rappresentanza della delegazione di Treviso insieme al Presidente Nazionale, il dott. Paolo Bosotti, Generale di Corpo d’Armata. Ribadendo la sua gratitudine per l’accoglienza ricevuta a Cordignano, ha continuato affermando “E’ un gran piacere donare questo defibrillatore, speriamo possa aiutare la collettività e un grazie di cuore a tutti voi per la bellissima domenica che trascorreremo insieme”.

Sono seguiti gli interventi del Consigliere Regionale Veneto Sonia Brescacin, del presidente del Comitato della Croce Rossa di Conegliano, Antonio Bonagura e del Delegato Regionale del Veneto degli Ordini Dinastici della Real Casa di Savoia, il Cav. Uff. Daniele Luigi Fiorotto.

Sono seguiti alcuni omaggi consegnati al Principe Emanuele Filiberto di Savoia, in particolare due libri riguardanti le visite e i soggiorni della Regina Margherita in Cadore; il coautore è un membro della Croce Rossa che ha scritto i volumi in collaborazione con l’aiuto dell’Università di Padova. La sottoscritta Monia Pin ha consegnato la poesia scritta in memoria della Regina Margherita direttamente nelle mani del Principe; quest’anno infatti ricorre il centenario della scomparsa della prima regina consorte d’Italia, avvenuta il quattro gennaio del 1926.

La cerimonia è terminata con la benedizione impartita da Don Giovanni Stella, a conclusione di una cerimonia così sentita ed intensamente vissuta dai presenti.

La partecipazione alla manifestazione è stata numerosa, con una grande affluenza di persone che hanno voluto presenziare all’inaugurazione, attestando il sincero l’apprezzamento per il dono ricevuto e la calorosa riconoscenza verso la persona del Principe Emanuele Filiberto e di quanti si sono prodigati per portare avanti questo progetto a salvaguardia della salute e della sicurezza pubblica.

Una domenica mattina alquanto speciale nella quale i convenuti si sono ritrovati uniti dagli stessi valori, vivendo ogni singolo istante con profonda gioia. Il tutto si è chiuso con un momento conviviale, chiudendo in un clima di entusiasmo e di festa questa bella giornata, nata dall’incontro e dallo spirito di condivisione e impegno pubblico per il prossimo che segna da sempre le nostre comunità.

Monia Pin


Italia

Intervista al Presidente della Lega Nazionale di Trieste: Avv. Paolo Sardos Albertini

TRIESTE - Per i festeggiamenti degli 80 anni della ricostituzione della Lega Nazionale di Trieste, avvenuta nel secondo dopoguerra (1946-2026), ci siamo rivolti al Presidente Nazionale, l’avv. Paolo Sardos Albertini, per meglio comprendere le motivazioni storiche e il futuro di questa importante realtà associativa. 
L'avv. Paolo Sardos Albertini è alla guida dell'associazione da 38 anni, essendo stato eletto per la prima volta nel 1988. Nato a Capodistria nel 1941, vive a Trieste ed esercita la professione forense. Proviene da una storica famiglia di patrioti giuliano-dalmati ed è da decenni una figura centrale nella difesa dell'identità italiana e nella conservazione della memoria storica della Venezia Giulia, dell'Istria e della Dalmazia, in particolare riguardo ai temi delle foibe e dell'esodo.

Presidente, nel marzo del 1946 la Lega Nazionale risorse ufficialmente a Trieste dopo le ferite della guerra e i quaranta giorni di occupazione jugoslava. Con quale spirito e sotto quali priorità immediate gli uomini del dopoguerra decisero di far risorgere il sodalizio in quel clima così sospeso e drammatico?

La ricostituzione della Lega Nazionale, nel marzo del ‘46, nasce da un fatto ben preciso, che si realizzò già il 30 aprile 1945. A differenza del resto d’Italia a Trieste il 25 aprile non c’era stata alcuna Liberazione. Trieste continuava ad essere nelle mani dei Tedeschi ed era ormai imminente l’arrivo degli uomini di Tito. In tale situazione gli uomini del CLN, i Volontari della Libertà e quelli della Guardia Civica, del Podestà Cesare Pagnini, decidono di unire le proprie forze per dare vita ad una insurrezione che liberi Trieste dai Tedeschi e lo faccia prima dell’arrivo degli Jugoslavi. 

La decisione si concretizza in un appello agli uomini della Guardia Civica ad entrare nel Corpo Volontari della Libertà, appello firmato dal Podestà Cesare Pagnini e, per il CLN, dal rappresentante del Partito d’Azione, avv. Miani. Il presidente del CLN, don Edoardo Marzari, si trovava in carcere, nelle mani della Gestapo. Il primo atto dell’insurrezione consiste proprio nel liberare don Marzari, poi vengono affrontati i tedeschi, sia in centro città che, specificatamente, in difesa delle strutture portuali (c’era la minaccia tedesca di farle saltare).

Alla fine di una giornata di combattimenti (con una quarantina di caduti tra gli uomini del CLN), il centro città è liberato e, soprattutto, il porto è salvo. Il giorno dopo, il 1° maggio 1945, arrivano gli uomini di Tito. Disarmano i militi del Corpo Volontari della Libertà, assassinandone oltre 120, e pretendono incorporare Trieste nella Jugoslavia comunista. Sarà l’inizio di quei 43 giorni di “terrore rivoluzionario” che lascerà dietro a sé oltre quattromila infoibati, nella sola città di San Giusto. 

Sarà solo il 12 giugno che gli uomini con la stella rossa lasceranno Trieste, perché Tito è stato costretto a subire il diktat americano. Resta, comunque, quanto avvenuto il 30 aprile: la consapevolezza che la stessa identità di Trieste era in pericolo (sia ad opera dei tedeschi che degli uomini di Tito) aveva indotto i fascisti del Podestà e gli antifascisti del Cln a superare, ad accantonare le loro divisioni in nome del prevalente interesse: preservare l’identità italiana della città di San Giusto. Era questo lo spirito che, ai tempi della soggezione asburgica, aveva animato sia il partito liberal nazionale, che la Lega Nazionale che, di quella cultura era fedele espressione. 

A fine conflitto si era riproposta quella minaccia e Trieste, il 30 aprile, aveva espresso i medesimi sentimenti. E, in coerenza con tali premesse, dopo la partenza degli uomini di Tito, lo spirito del 30 aprile generò la rinascita della Lega Nazionale, una importante realtà associativa (in pochi mesi tra Trieste, Gorizia e Pola raccoglierà quasi trecento mila adesioni) che, al di sopra delle diversità, raccogliesse quanti erano a cuore i valori fondanti del “liberalnazionalismo” e cioè “Italia e Libertà”. Significativa una constatazione. Protagonista assoluto di quella ricostituzione è stato Don Edoardo Marzari, già presidente del CLN e, dopo il marzo ‘46, vicepresidente della ricostituita Lega Nazionale.

Il convegno celebrativo di quest'anno ha rimesso al centro lo storico binomio "Italia e Libertà". Ottant'anni dopo, in un'Europa profondamente mutata e senza confini rigidi, che cosa significano oggi queste due parole per la comunità giuliana?

La formula “Italia e Libertà” riassume lo spirito del Risorgimento italiano. Quel momento storico che vide la co-presenza di componenti diverse (si pensi a Cavour ed a Mazzini) convergenti peraltro in nome del patriottismo. È ciò che ha reso la nostra storia così diversa da quella francese. Per i cugini d’Oltralpe la rivoluzione era “contro” (la Monarchia, la Chiesa, il sistema sociale e quant’altro), per il nostro Risorgimento la motivazione era “per” il recupero della nostra storia, della nostra cultura, della nostra identità. Giovanni Paolo II, in “Memoria e Identità”, ci ha insegnato il valore fondante dell’amore di Patria (tra l’altro da lui indicato come antitesi del nazionalismo). Ci ha parlato di amore per la propria Patria, come fondamento dell’amore per una Madrepatria Europa. 

La Lega Nazionale gli ha dedicato un importante convegno, nel 2024, intitolato “Memoria e identità. L’Europa delle Patrie per una Patria europea, da Charles de Gaulle a Giovanni Paolo II”. Tutto questo, per la comunità giuliana, ma anche per tutta quella nazionale, significa guardare al futuro in una prospettiva ben chiara: “costruire la Madrepatria Europa, come Europa della Patrie”. Come è stato nel Risorgimento noi saremo mossi dall’amore per la nostra Patria Italia, ma ci sentiremo solidali con tutti coloro che saranno animati da amore per la propria Patria. Era l’insegnamento profetico di Giuseppe Mazzini, più che mai attuale per costruire una vera “Europa delle Patrie”. Vale a dire l’unica via di salvezza per la presente realtà europea.

Agli albori della ricostituzione, la Lega Nazionale si impegnò moltissimo nell'assistenza e nella tutela scolastica e linguistica in lingua italiana. Qual è oggi il ruolo dell'associazione nel promuovere la cultura italiana in territori storicamente complessi e plurali come la Venezia Giulia, l'Istria e la Dalmazia?

Nell’immediato dopoguerra, ma ancora negli anni ‘50 c’era il problema dell’assistenza agli Esuli istriani, fiumani, dalmati. La Lega era in prima linea su tale fronte. Tantissimi figli di profughi da quelle terre hanno potuto studiare grazie al servizio di “comodato gratuito” di libri di scuola realizzato dalla Lega Nazionale. Come per tanti le “colonie della Lega” hanno significato momenti importanti nei loro percorsi formativi. Oggi le esigenze sono cambiate. A coprire tanti bisogni materiali provvede la socialità pubblica. C’è però un bisogno di altra natura da soddisfare. Sulla costa orientale dell’Adriatico esiste un popolo bisognoso di tutela e di rappresentatività, sono gli “Italiani dell’Adriatico Orientale”. Sono presenti in un’area che va da Trieste all’Istria, alla Dalmazia, fino a Ragusa. In certe aree sono maggioritari, in altre sono minoranze, in altre ancora solo sparuta presenza. Sempre, comunque, con solide radici storiche e con un forte senso della propria identità italiana. Vivono in Stati diversi (Italia, Slovenia, Croazia, Montenegro), ma sono ben consapevoli dei legami che li uniscono. Questo popolo ha bisogno di un riferimento, di una capitale morale. 

La Lega Nazionale già è riuscita a far accettare questo ruolo alla città, alla municipalità di Trieste. Come un tempo gli Italiani di quest’area guardavano alla città di San Marco ora è tempo che guardino a quella di San Giusto. La Lega Nazionale è già riuscita a far sì che il Municipio triestino avverta questo compito come suo. Al futuro competerà il far sì che sempre più, in terra d’Istria, di Fiume, di Dalmazia, di Ragusa, si respiri aria di italianità. Nel presente europeo dei non confini tutto ciò sarà sicuramente possibile. La Lega nazionale opererà comunque in questa direzione.

L’estate del 1946 è stata segnata anche dal tragico ottantennale della strage di Vergarolla. Perché, secondo lei, ferite così profonde faticano ancora a trovare uno spazio condiviso e unanime nella memoria storica nazionale italiana?

Vergarolla è stata un momento clamoroso di quella che amo definire come “la grande menzogna”. Gesù definisce “Satana omicida e padre della menzogna”. Noi abbiamo sperimentato tutta la forza omicida della rivoluzione comunista di Tito. Amo ripetere: migliaia di Italiani, decine di migliaia di Sloveni, centinaia di migliaia di Croati tutti sacrificati in nome del terrore rivoluzionario di Tito. Tutte vite spezzate con l’accusa di “nemici del popolo”. Ma alla fase del sangue si è accompagnata quella della menzogna, vuoi impedendo che di questi crimini si abbia a parlarne, vuoi manipolando spudoratamente la verità dei fatti e delle responsabilità. 

Ancora nel novembre 1991 il Presidente Cossiga, dopo la sua visita al Sacrario di Basovizza, denunciò i crimini titoisti a danno degli Italiani di Istria, Fiume e Dalmazia e si scusò per i silenzi del sistema politico italiano. Aggiunse che avrebbe voluto farlo prima, ma che gli era stato impedito (!). Concluse con una affermazione clamorosa: “ALTRO CHE LIBERAZIONE!”. La strage di Vergarolla, dell’agosto ‘46, è un momento culmine della violenza omicida, ma anche della vis menzognera che si è estrinsecata prima nel cercar rifugio nell’oblio, poi nel negare la logica evidenza della responsabilità di quelle quasi cento vittime della mano omicida dell’OZNA, il triste servizio segreto di Tito. Una proposta: per affrontare finalmente tutto il tema della “grande menzogna” servirà una Commissione parlamentare, dotata degli strumenti idonei a far finalmente luce su tale materia. La Lega Nazionale ha già formulato tale proposta. Continuerà a farlo, come dovere di verità e di giustizia.

L’associazione ha superato i 130 anni dalla sua primissima fondazione ottocentesca e celebra ora gli 80 anni dalla sua seconda rinascita. Quali sono i prossimi traguardi e le battaglie culturali che guideranno la sua presidenza nei prossimi anni per riuscire anche a coinvolgere le nuove generazioni?


Ecco i prossimi traguardi, quelli più rilevanti:
- sul tema “Arcipelago Foibe”: far emergere sempre più la verità vera di quella vicenda e cioè “una medesima tragedia che ha colpito tre popoli, quello Italiano, quello Sloveno e quello Croato”. La Chiesa cattolica ci ha offerto testimonianza di ciò portando agli onori degli altari, come Beati, tre giovani, l’italiano Francesco Bonifacio, lo Sloveno Lojze Grozde, il croato Miroslav Bulesic, tutti e tre proclamati martiri del Comunismo;

- reclamare dallo Stato italiano una vera e propria “operazione verità” e ciò con una commissione parlamentare d’inchiesta che affronti tutto il tema della “grande menzogna”, magari a partire dalle denunce del Capo dello Stato Francesco Cossiga;

- stimolare il ruolo di Trieste quale capitale morale degli Italiani dell’Adriatico orientale;

- continuare nell’impegno a sostegno dei giovani storici che vadano ad arricchire i lavori di ricerca ed a formare, al contempo, una equipe sempre più in grado di incidere sul piano della ricerca e magari del sistema scolastico;

Aggiungo, in proposito, che il Sacrario della Foiba di Basovizza costituisce strumento essenziale di divulgazione di verità, con gli oltre centomila visitatori all’anno, e tra questi, ben il sessanta per cento è composto da studenti.
Mi piace infine ricordare, a conclusione, uno dei giovani storici, promossi dalla Lega, la figura di William Klinger, il giovane fiumano, autore della storia dell’OZNA, stroncato da mano omicida il 31 gennaio 2015, in un parco di New York. Ci ha insegnato tanto, ci manca tantissimo.



Salute

La trappola dell’autostima: il sabotatore invisibile che vive dentro di noi

Il nostro valore non è una formula matematica né una frase motivazionale da ripetere allo specchio. È qualcosa che percepiamo anche attraverso il corpo. Come sciogliere la corazza della vergogna, smascherare il “secondo io” sabotatore e ritrovare presenza, dignità e libertà d’azione.
 
A ognuno di noi è capitato, almeno una volta, che una difficoltà prendesse il sopravvento, ingigantendosi fino a sembrare insormontabile ben prima che la mente potesse comprenderla. È un passaggio quasi impercettibile e viscerale che finisce per insediarsi direttamente nella carne. Un rifiuto, un silenzio inaspettato, una critica, un errore sul lavoro o nelle relazioni. Prima ancora di riuscire a dirci «non valgo abbastanza», il corpo può aver già reagito: il respiro si accorcia, la pancia si contrae, le spalle si sollevano a difesa, la gola si
stringe, il viso brucia. L’evento in sé dura pochi secondi, ma la contrazione che ne deriva può accompagnarci per ore o per giorni. Continuiamo a lavorare, guidare, parlare, rispondere ai messaggi, ma qualcosa dentro rimane in allarme. È in quella postura difensiva che un fatto circoscritto rischia di trasformarsi in un verdetto generale su di noi. Non abbiamo commesso un errore: siamo sbagliati. Non abbiamo ricevuto un rifiuto: siamo rifiutabili. Non abbiamo fallito in una circostanza: siamo dei falliti.
 
Per anni l’autostima è stata raccontata soprattutto come un problema di pensieri sbagliati, convinzioni negative o cattiva valutazione di sé. E certamente i pensieri contano. Ma chi ha sperimentato una vergogna profonda conosce bene il limite delle spiegazioni razionali: capire con la testa di non avere colpe non basta a spegnere l’ondata che attraversa il corpo.

Possiamo sapere che una critica non definisce il nostro valore e, nello stesso tempo, sentire lo stomaco chiuso. Possiamo riconoscere di avere competenze, affetti e risultati e continuare a percepirci piccoli davanti a una persona o a una situazione. È come se esistessero due livelli: quello delle convinzioni consapevoli e quello, più rapido e antico, delle risposte automatiche.
La stima, quindi, non è soltanto un’idea astratta. È anche un’esperienza corporea.

Il conflitto tra il Sé reale e il Sé ideale
Se volessimo usare una metafora presa dalla fisica, potremmo dire che la bassa stima nasce da una differenza di potenziale tra il Sé immaginato e il Sé reale.
Il Sé immaginato è quello che pretendiamo di essere: sempre forte, brillante, desiderabile, produttivo, sicuro, imperturbabile. È l’immagine ideale con cui ci confrontiamo continuamente. Il Sé reale, invece, è più complesso e contraddittorio: può sentirsi forte al mattino e fragile poche ore dopo, sicuro in un ambito e incerto in un altro. È vulnerabile, talvolta stanco, bisognoso di riconoscimento, attraversato da paure che non sempre riesce a spiegare. Può avere talento e dubitare di sé, riuscire e fallire, perdere slancio e ritrovarlo. È un Sé imperfetto, mobile, umano, lontano dall’immagine rigida e irraggiungibile che costruiamo nella nostra mente.

Quando la distanza tra queste due immagini diventa troppo grande, ogni fragilità rischia di essere vissuta come una colpa, quasi fosse la prova di non essere all’altezza. Così trasformiamo emozioni normali in qualcosa da correggere, controllare o nascondere. Dovremmo essere più forti, più sicuri, più autonomi, sempre capaci di reggere tutto senza incrinarci. Una parte importante della sofferenza, quindi, non nasce dalla vulnerabilità in sé, ma dallo sforzo utilizzato per impedirci di esserlo.

Nel tentativo di apparire forti, tratteniamo il respiro. Per non mostrare paura, irrigidiamo il volto. Per non sembrare incerti, acceleriamo le parole. Per non sentirci giudicati, anticipiamo il giudizio e ci condanniamo da soli. Ecco come il corpo diventa il teatro del conflitto.
 
Smascherare l’io svalutante
È qui che entra in scena l’io svalutante: una voce interiore che sembra conoscere alla perfezione le nostre fragilità e sa esattamente dove colpire. Ma da dove nasce?
Spesso può essere collegata a esperienze di svalutazione, umiliazione, rifiuto o mancato riconoscimento vissute nel corso della crescita. Non necessariamente grandi traumi. Talvolta bastano messaggi ripetuti: «non sei capace», «non fare figuracce», «gli altri sono migliori», oppure confronti continui, affetto condizionato, aspettative impossibili da soddisfare.
Con il tempo quei messaggi possono essere interiorizzati. È come se si strutturasse un secondo io interiore, una voce attiva e velocissima che commenta ciò che facciamo, anticipa sconfitte, suggerisce la rinuncia ed è maledettamente convincente. Non provarci. Non sei abbastanza bravo. Farai una brutta figura. Gli altri si accorgeranno che vali meno di quanto sembri e simili.
 
La caratteristica più insidiosa di questa voce è che non viene percepita come estranea. Non la sentiamo come il residuo di una vecchia esperienza, ma come la nostra autentica opinione su noi stessi. Se una frase arriva dall’esterno possiamo contestarla. Ma se siamo convinti di essere noi stessi a formulare quel giudizio, non nasce alcuna opposizione e la svalutazione diventa identità. Quel sabotaggio può assumere forme concrete: rinunciare a un’opportunità prima ancora di tentare, procrastinare un progetto importante, non chiedere ciò che desideriamo, interpretare ogni silenzio come un rifiuto o ogni critica come una conferma. A volte il fallimento temuto viene inconsapevolmente preparato proprio per poter dire: «Lo sapevo». Si chiama profezia autorealizzante.
 
Separare la voce dall’identità
Il primo cambiamento per uscire dalla trappola del sabotatore interiore consiste nel creare una distanza, cioè spezzare la simbiosi. Non significa combattere la voce interiore o cercare di eliminarla con la forza, ma riconoscerla per ciò che è: un automatismo costruito nel tempo.
Per riuscirci, alcuni approcci lavorano sul dialogo interno e sulle rappresentazioni mentali. Le tecniche derivate dalla Programmazione Neuro-Linguistica, per esempio, utilizzano esercizi di distanziamento e ristrutturazione della voce interna. Differenti forme di psicoterapia — cognitivo-comportamentali, psicodinamiche, analitiche o orientate al corpo — affrontano lo stesso problema da prospettive diverse, cercando di comprenderne l’origine e modificarne l’effetto. Il punto comune rimane fondamentale: un automatismo non coincide con l’identità. Il fatto che una frase compaia nella mente non significa che sia vera; il fatto che una sensazione sia intensa non significa che descriva correttamente la realtà; il fatto che il corpo reagisca come se fossimo in pericolo non significa necessariamente che il pericolo esista nel presente. Le neuroscienze e le scienze comportamentali mostrano quanto il cervello sia predisposto a riconoscere segnali associati a esperienze precedenti. Il nostro organismo, in altre parole, non reagisce soltanto a ciò che accade, ma anche a ciò che una situazione ricorda. Una critica del capo può risvegliare la stessa sensazione sperimentata davanti a un genitore severo. Un messaggio senza risposta può riattivare la paura dell’abbandono. Alexander Lowen, tra i principali esponenti della bioenergetica, descriveva il modo in cui tensioni emotive persistenti possono riflettersi nella postura e nella muscolatura. Al di là delle diverse scuole, l’esperienza quotidiana rimane evidente: la paura irrigidisce, la vergogna curva, l’ansia trattiene il respiro.
 
Dalla testa al corpo: disattivare l’allarme in quattro mosse
Per ridurre il potere del “secondo io”, quello svalutante, non servono necessariamente interminabili battaglie mentali. Spesso il primo passo consiste nel creare piccoli segnali di sicurezza e presenza.

1. Riconoscere la voce e sentire i piedi a terra
Quando senti salire l’ondata di inadeguatezza, prova a nominare ciò che accade: «Ecco la solita voce». Subito dopo porta l’attenzione alle piante dei piedi, al peso del corpo, alla superficie che ti sostiene. Guarda tre oggetti intorno a te. È un gesto semplice, ma sposta l’attenzione dalla spirale mentale alla realtà presente.

2. Sbloccare la corazza muscolare
Fai un rapido check del corpo. La mascella è serrata? Le spalle sono sollevate? Le mani strette? Espira lentamente e lascia scendere le spalle. Non si tratta di costringersi a rilassarsi, ma di restituire al corpo qualche millimetro di spazio. Spesso basta diminuire la tensione, anziché pretendere di cancellarla.

3. Ascoltare la sensazione senza costruirle intorno una storia
Quando compare l’inadeguatezza, la mente produce spiegazioni velocissime: non mi vogliono, non sono capace, finirà male. Prova temporaneamente a sospendere il racconto. Dove senti la sensazione? Alla gola? Nel petto? Nello stomaco? Rimani qualche istante su quel punto. L’obiettivo non è farla sparire, ma evitare che diventi automaticamente una sentenza.

4. Tracciare confini e proteggere l’ambiente
L’autostima non cresce soltanto dentro di noi, ma anche nella qualità delle relazioni che frequentiamo. Se trascorriamo le giornate in ambienti sistematicamente svalutanti sarà molto più difficile costruire una percezione stabile di sicurezza. Dire «no», interrompere conversazioni umilianti, chiedere rispetto o allontanarsi da contesti tossici sono messaggi concreti rivolti a noi stessi: la mia dignità merita protezione!

L’autostima non è sentirsi invincibili
Pensiamo spesso che avere autostima significhi sentirsi forti, sicuri e inattaccabili. Ma una stima autentica potrebbe essere quasi il contrario.
Significa poter sbagliare senza crollare. Ricevere un rifiuto senza trasformarlo in una condanna personale. Ammettere una fragilità senza percepirsi inferiori. Restare presenti davanti alla paura senza consegnarle il diritto di decidere chi siamo.
Non occorre eliminare definitivamente la voce svalutante. Occorre smettere di obbedirle.
Molta dell’energia associata alla bassa stima viene consumata nel tentativo di sostenere un’immagine impossibile e, contemporaneamente, combattere la parte di noi che teme di non essere all’altezza. Cercare un’autostima incrollabile può allora diventare l’ultimo inganno della mente: un’altra prestazione da soddisfare, un altro esame da superare, un’altra versione ideale di noi stessi da inseguire.

La vera svolta non sta nel sentirsi imbattibili, ma nel disarmare il conflitto: riconoscere quella voce occulta per ciò che è, un vecchio automatismo, non la nostra identità; permettere al corpo di scoprire che il presente non coincide necessariamente con il passato; ridurre progressivamente la distanza tra ciò che siamo e ciò che pretendiamo di dover essere.

Quando smettiamo di trattenere il fiato, qualcosa cambia. Le spalle scendono. Il collo si libera. Lo sguardo torna frontale. La voce diventa più piena. Non perché abbiamo risolto ogni insicurezza, ma perché non stiamo più spendendo tutta la nostra energia nel tentativo di nasconderla. Senza più una perfezione da dimostrare, l’energia trattenuta può trasformarsi in presenza e vitalità: quella scossa che ci rimette in pista, ci permette di prendere sul serio i nostri talenti, di accettare le nostre vulnerabilità e di guardare il futuro senza chiedere continuamente il permesso a una vecchia voce che appartiene al passato.

Forse l’autostima comincia proprio qui: non quando diventiamo la persona perfetta che avevamo immaginato, ma quando smettiamo di sentirci insufficienti e inadeguati e impariamo ad accettarci per ciò che siamo. Perché la libertà di essere sé stessi, senza il peso continuo del giudizio e della colpa, è forse la via più autentica per uscire dalla spirale dell’autosvalutazione.

Padova

Attacchi informatici, incontro a Padova con imprenditori e professionisti 

PADOVA - La sicurezza informatica non si riduce più alla semplice installazione di un firewall o all'aggiornamento periodico di un software. Oggi il problema riguarda direttamente la continuità operativa, le responsabilità legali e la sopravvivenza stessa del tessuto economico.

Un'emergenza confermata dai numeri del Rapporto CLUSIT rilasciato nel primo semestre, lo studio ufficiale dell'Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica. L'Italia si ritrova infatti al centro di una vera e propria offensiva digitale, diventando bersaglio di oltre il 10% degli assalti informatici a livello globale, superando per volume di minacce Paesi come Francia e Germania. Nel 68% dei casi registrati sul territorio nazionale si tratta di cybercrime a scopo economico.

Tra i comparti produttivi più colpiti figurano la sanità, il settore governativo e militare e, soprattutto, il manifatturiero con la logistica. Per le piccole e medie imprese le ripercussioni finanziarie sono devastanti: i costi medi superano i centomila euro per le realtà minori e oltrepassano il milione di euro per le grandi aziende, sommando le spese di ripristino alle perdite operative e agli oneri legali. L'effetto più drammatico è il rischio di chiusura definitiva: il 60% delle piccole attività colpite chiude entro sei mesi dall'aggressione.

In questo scenario ad alto rischio si inserisce il “Cyber Resilience Sync”, l'evento in programma giovedì 22 ottobre (inizio ore 14.30) nella sede padovana di GA-Alliance in via del Vescovado 29. Organizzato da Logos Technologies, tech company di Mestre, dopo il successo del "Cyber Resilience Summit" dedicato ad architetture e minacce, questo secondo appuntamento intende fare un bilancio operativo con le imprese. L'evento accoglierà oltre cinquanta partecipanti tra professionisti IT, esperti di sicurezza, tecnici OT e imprenditori del Nordest, in prevalenza manifatturieri.

“
Con l'entrata a pieno regime della direttiva europea NIS2 e l'avvio dei primi audit, ogni incidente informatico travalica il confine tecnico per trasformarsi in una vicenda dall'elevato impatto reputazionale, legale ed economico”, spiega Livio Pianura, CEO di Logos. “Al centro dell'incontro emerge l'evoluzione radicale della figura dell'IT Manager e dell'amministratore di sistema. Se per decenni le prestazioni di questi professionisti venivano valutate esclusivamente sulla base dei ticket risolti e sulla continuità dei sistemi, oggi i loro compiti toccano direttamente la governance aziendale”.

La prima sessione di lavoro affronterà il delicato tema del ciclo di vita degli accessi aziendali, mettendo in luce le criticità nel raccordo tra reparto risorse umane e settore IT: account rimasti attivi dopo le dimissioni dei dipendenti, permessi accumulati nei cambi di mansione e collaboratori esterni mai segnalati. Per evitare vulnerabilità, verrà presentato un modello fondato su tre ruoli distinti, capace di garantire accessi corretti fin dal primo giorno di lavoro e facilmente dimostrabili in sede di verifica NIS2. La trattazione farà inoltre il punto sulle novità normative riguardanti la tutela dei dati personali, analizzando il pacchetto europeo Digital Omnibus e l'intersezione tra la disciplina del GDPR e i requisiti NIS2.

Successivamente, la seconda sessione curata da GA-Alliance fornirà una mappa dettagliata sui canali di finanziamento disponibili per sostenere l'innovazione e la protezione aziendale: agevolazioni fiscali, contributi a fondo perduto, finanziamenti agevolati e programmi di sostegno europei ideati per consentire una pianificazione degli investimenti sul medio periodo.

Momento centrale della giornata sarà la tavola rotonda dal titolo "Il prezzo della conformità: chi può permettersi la sicurezza e la crescita sostenibile nel 2027?". Nel corso del dibattito verranno analizzate le dinamiche di una vera corsa agli armamenti digitali, che vede da una parte criminali dotati di strumenti di intelligenza artificiale e dall'altra fornitori di soluzioni difensive sempre più avanzate, in un contesto regolatorio in cui il legislatore europeo alza l'asticella attraverso NIS2, Cyber Resilience Act e AI Act.






Sport, Conegliano

Pieve di Soligo si promuove alla fiera del turismo di Rimini: obiettivo Bike Hospitality

PIEVE DI SOLIGO (TV) - Pieve di Soligo punta sul cicloturismo per promuovere il territorio e sviluppare nuove opportunità di accoglienza. La partecipazione del sindaco Stefano Soldan e dell’assessore al Turismo Mohammed Hammouch in delegazione alla fiera TTG Travel Experience di Rimini è stata l’occasione per presentare le potenzialità locali in un contesto nazionale dedicato al turismo e confrontarsi con esperienze e progetti legati al mondo delle due ruote.

Gli amministratori hanno preso parte al convegno “Il valore di viaggiare in bicicletta”, promosso da Bike Hospitality, progetto riconosciuto dalla Federazione Ciclistica Italiana. Al centro del confronto, le opportunità offerte dal cicloturismo per valorizzare le destinazioni, coinvolgere gli operatori e costruire proposte indirizzate ad attrarre nuovi visitatori.

Nel suo intervento, il sindaco Soldan ha richiamato le numerose esperienze che danno e hanno dato visibilità al territorio; tra queste i Campionati del Mondo UCI Gravel del 2023 fino al recente arrivo della 18ª tappa del Giro d’Italia 2026, sottolineando l’importanza di trasformare queste occasioni in opportunità durature.

“L’idea è di creare una rete locale formata da hotel, B&B, cantine e operatori del settore anche nel nostro territorio, che offra ai ciclisti, professionisti e non, e alle famiglie con bambini amanti delle due ruote un’esperienza mirata e specializzata”
afferma il sindaco Soldan. Tra le prospettive allo studio figura anche l’individuazione di un percorso dedicato all’accoglienza cicloturistica, da sviluppare secondo gli standard di Bike Hospitality.

“Pieve di Soligo è il primo comune del Veneto ad aver siglato questo protocollo - ricorda l’assessore Hammouch - Stiamo proseguendo il lavoro per creare nuove opportunità”.

La presenza alla fiera ha consentito di dare ulteriore visibilità al territorio e di avviare un confronto sulle possibilità di mettere in rete strutture ricettive, cantine e realtà locali, valorizzando il patrimonio paesaggistico, culturale ed enogastronomico.

Il cicloturismo rappresenta infatti un’opportunità che va oltre il singolo evento sportivo: può favorire soggiorni più articolati, stimolare l’economia locale e far conoscere Pieve di Soligo a un pubblico interessato a scoprire i luoghi attraverso esperienze attive. In questa prospettiva si inserisce il percorso avviato con Bike Hospitality, che punta a rendere l’offerta più organizzata e riconoscibile, mettendo in relazione amministrazioni, strutture ricettive e operatori turistici.
Cultura

Gioventù sfumata

Se quella interpretata da James Dean negli anni cinquanta bruciava di ribellione, quella di oggi, una parte beninteso, scema (voce del verbo scemare) in mezzo al fumo che sperde l’arrosto. Lo sviluppo di questa faccenda abbastanza appanicante prende spunto dai vecchi coatti, tutto sommato innocui, di jovanottesca memoria; il termine che dà il titolo alla song qui raccontata nacque allora, non con la significanza presa in seguito tuttavia. Non vi è più la sovversiva passione di una volta, naturalmente malvista dagli adulti anche ai tempi. L’attuale disincanto, la noia, la mancanza di empatia rende il tutto difficilmente accettabile. Eppure, come canta Pablo, le cause di fondo andrebbero individuate e comprese. Il tema, arduo e delicato, è sviluppato con maestria, supportato dalla comprovata direzione, non solo tecnica, di Luca Gigante per conto di GL Radio, riguardo il video di presentazione e, per esempio, la scelta degli ottoni, specie nell’attacco del brano. Una sorta di corto il cui clou visivo è rappresentato da due balletti corali davanti a un capannone dismesso (qui ci sarebbe da andare un po’ a ritroso, allorché il cantastorie e autore sociale in fabbrica ci faticava). Mi ripeto, la storia è complessa, per nulla semplice calarsi nelle motivazioni, o nella mancanza di esse, le quali comunque spingono taluni giovani, vigliaccamente in branco, verso comportamenti fuorilegge. Ne so qualcosa essendo stato preso di mira per oltre un anno (fuor di metafora, ovvero a sassate, e non quelle immortalate da Dylan, poi tradotte sommariamente a beneficio di Antoine e Gian Pieretti). Non è successo in città ma in quel di Motta dove, forse per penuria di organico, la polizia locale ha potuto controbattere ben poco. Tra i maranza / c’è una danza / che comporta / mal de panza - parafrasando Silvestri. Non solo de panza. Anche di testa. E di testo, ben steso da Perissinotto, veicolato da un buon rap appositamente edulcorato rispetto alla consueta impostazione aggressiva; setacciato attraverso una linea melodica molto orecchiabile. Altresì marcata e coinvolgente.
Nessun oggetto disponibile.
Ultimo aggiornamento: 21/10/2026 21:12